La domanda di esistenza

Sono seduto con la testa pesante e i pensieri intorpiditi. È da tanto che non faccio qualcosa. Da quando mi sono trasferito dalla mia scrivania. Mi sforzo di uscire da questa inerzia. Fare qualcosa in questo momento.

Ci sono solo due pensieri nella mia testa.

Un momento in cui voglio scrivere, scarabocchiare ogni pensiero che mi passa per la mente. Versare la valanga di emozioni che si stanno costruendo dentro di me. Sfornare ogni momento che passa in qualcosa che sta piangendo per uscire da me. Per diventare un’espressione. Comincio a scrivere.

Ma nel momento successivo, mi viene da buttare via il dolore. Per strappare le pagine dal mio taccuino. Urlare. Piangere. E scappare da qui. Da qualche parte lontano da questa scrivania. No. Non solo da questa scrivania. Ma da questo posto. Da questo mondo E da questa esistenza. Per sempre.

Ma non scappo ancora, né scrivo.

Solo ore e ore di pigrizia. Per sempre. Infinito.

Il tempo ha perso il suo significato. Sta passando lentamente. Trascinandosi in avanti a un ritmo quasi trascurabile. Sembra che sia incatenato a un oggetto pesante che ne ostacola il flusso. Facendolo strisciare al ritmo di una lumaca. Minuti che si trasformano in ore. Ore in giorni. Tutta la mia esistenza diventa una serie di ritratti vuoti. Ogni ritratto mostra lo stesso me. Il tempo si è fermato

Improvvisamente, divento consapevole e mi guardo intorno.

La vita si muove normalmente altrimenti. Ogni segno di vita è lì. Alcuni parlano e ridono. Altri lavorano e slogging. Alcuni creano forme nelle presentazioni. Altri scrivendo sui loro rapporti. Occhi legati agli schermi. Dita che ballano sulle tastiere.

Dita sulle tastiere. Il suo suono schioccante riempie l’aria intorno a me. Come posso sentirlo adesso. Quando lo fanno gli altri. La cacofonia di questa azione. È inutile. Così evidente nelle mie orecchie. Così crudele ai miei sensi. Non l’ho mai realizzato prima. Voglio vomitare.

Ma altri no. In effetti, si stanno divertendo.

Una ragazza di quel gruppo mi ha girato la testa e io provo a salutarmi, ma in qualche modo, per qualche ragione, non posso proprio. Le mie labbra sono incollate, cucite insieme in modo da poter solo emettere un suono incomprensibile. Un suono di qualcuno che borbotta. Devo sembrare strano. Riderebbe da un momento all’altro. Lo aspetto. Ma non succede mai.

Lei continua a guardarmi. I suoi occhi cadono in un punto dietro di me. Non esisto per lei. Mi sta ignorando. Anche con gli occhi spalancati, un’espressione di orrore sul viso, il suo colore svuotato e bianco come la morte. Lo farebbe in qualsiasi momento, penso, mi guarderebbe con simpatia e realizzerebbe il mio dolore e si precipiterebbe verso di me, per aiutarmi, per confortarmi, per darmi pace – se non tutto questo – almeno darmi il aspetto di riconoscimento. Uno sguardo di rispetto.

Continua a sembrare così per qualche tempo. Forse per dieci secondi o più. Tutto il suo corpo immobile. Il suo viso inespressivo – una figura congelata nella sabbia del tempo. Prima fa i più piccoli movimenti. Un’inclinazione della sua testa e il più piccolo dei movimenti delle sue labbra. E poi gira la testa, ma nella direzione opposta, lentamente, ma definitivamente, prima che la sua testa sia completamente allontanata da me. E si ricongiunge alla conversazione, quella battuta insignificante, come se non avesse mai guardato nella mia direzione, come se non avessi mai avuto importanza, confermando la mia peggior paura per questo momento, per me, che non esistessi più. Che sono morto.